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L'insostenibile leggerezza dell'essere

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1L'insostenibile leggerezza dell'essere Empty L'insostenibile leggerezza dell'essere il Gio Ott 07, 2010 1:14 pm

bandita

bandita
amico del forum
amico del forum
Questa mattina mi son svegliato oh bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao…ok, ritorno seria (questa mattina mi sn svegliata con un trip mentale allucinante, lo ammetto!) Ieri è (ri)nato il nostro forumino e questa mattina il mio primo pensiero è stato: che libro potrei consigliare agli amici del forum? Naturalmente il libro della mia vita: L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera! Spulciando il materiale in rete ho trovato questa recensione che più delle altre rispecchia l’essenza del libro stesso. Premetto che stilisticamente è il classico libro che “ti acchiappa” a tal punto da essere divorato in pochissimi giorni (a me è successo cosi, ma per altri può risultare un vero e proprio mattone, gusti, scelte ed altro). Sono 318 pagine di pura armonia dei sensi per cui se ancora non lo avete letto ovviamente vi consiglio di farlo…Il romanzo ruota intorno alla vita di quattro personaggi:
Tomáš, chirurgo di fama e successo che ad un certo punto perde il lavoro, la sua compagna Tereza (una fotografa), la sua amante Sabina (una pittrice) e un altro amante di Sabina, Franz (un professore universitario). Questi quattro personaggi vengono seguiti nelle loro vite fino alla fine. Tomáš ha due interessi: il lavoro e le donne. Egli si innamora di Tereza ma non riesce a rinunciare alle sue amanti, e questo rende Tereza estremamente gelosa ma per la sua debolezza la donna non riesce a ribellarsi e tiene per sé i suoi tormenti, fingendo di non sospettare il tradimento di Tomáš. Sabina è un'idealista, uno spirito libero. Avrà una breve storia con Franz (che si innamorerà perdutamente) ma, non avendo il coraggio di stabilire un rapporto serio, fuggirà lasciando Franz da solo senza neanche una parola. Franz inseguirà il ricordo di Sabina e sarà proprio questo a portarlo alla morte...


Protetto da un titolo enigmatico, che si imprime nella memoria come una frase musicale, questo romanzo obbedisce fedelmente al precetto di Hermann Broch: «Scoprire ciò che solo un romanzo permette di scoprire». Questa scoperta romanzesca non si limita all’evocazione di alcuni personaggi e delle loro complicate storie d’amore, anche se qui Tomáš, Teresa, Sabina, Franz esistono per noi subito, dopo pochi tocchi, con una concretezza irriducibile e quasi dolorosa. Dare vita a un personaggio significa per Kundera «andare sino in fondo a certe situazioni, a certi motivi, magari a certe parole, che sono la materia stessa di cui è fatto». Entra allora in scena un ulteriore personaggio: l’autore. Il suo volto è in ombra, al centro del quadrilatero amoroso formato dai protagonisti del romanzo: e quei quattro vertici cambiano continuamente le loro posizioni intorno a lui, allontanati e riuniti dal caso e dalle persecuzioni della storia, oscillanti fra un libertinismo freddo e quella specie di compassione che è «la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia, delle emozioni». All’interno di quel quadrilatero si intreccia una molteplicità di fili: un filo è un dettaglio fisiologico, un altro è una questione metafisica, un filo è un atroce aneddoto storico, un filo è un’immagine. Tutto è variazione, incessante esplorazione del possibile. Con diderotiana leggerezza, Kundera riesce a schiudere, dietro i singoli fatti, altrettante domande penetranti e le compone poi come voci polifoniche, fino a darci una vertigine che ci riconduce alla nostra esperienza costante e muta. Ritroviamo così certe cose che hanno invaso la nostra vita e tendono a passare innominate dalla letteratura, schiacciata dal loro peso: la trasformazione del mondo intero in una immensa «trappola», la cancellazione dell’esistenza come in quelle fotografie ritoccate dove i sovietici fanno sparire le facce dei personaggi caduti in disgrazia. Esercitato da lungo tempo a percepire nella «Grande Marcia» verso l’avvenire la più beffarda delle illusioni, Kundera ha saputo mantenere intatto il pathos di ciò che, intessuto di innumerevoli ritorni come ogni amore torturante, è pronto però ad apparire un’unica volta e a sparire, quasi non fosse mai esistito.
L’insostenibile leggerezza dell’essere, pubblicato nel 1984, è stato accolto ovunque con entusiasmo. Italo Calvino ha definito questo romanzo «il vero avvenimento dell’anno nel campo del romanzo su scala mondiale».


FONTE: [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]

Passaggi tratti dal libro (ogni tanto ne aggiungerò altri):

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà cosi come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito? Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. […] Diciamo quindi che l’idea dell’eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? […] La perversione morale appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.

Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future.

L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa?
Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno schizzo è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro. […] Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere una sola vita, è come se non vivesse affatto.


L’amore non si manifesta col desiderio di fare l’amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica a un’unica donna).

Lei disse: «quando ti guardo, ho la sensazione che tu ti stia trasformando nell’eterno tema dei miei quadri . L’incontro di due mondi. Una doppia esposizione[…].»

La pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore.

Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l’amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi si di esso le coincidenze come gli uccelli sulle spalle di Francesco d’Assisi.




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